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Splendido, splendente

Sara non si sveglia mai di buonumore.

Suono vigliacco e comandante di un nuovo inizio di giornata,

si trova nel limbo vacillante del dormire, del dolce far niente.

Con la voce roca ordina un caffè alla pronta cameriera, che con un dolce sorriso stampato sulla labbra le propina soluzioni facili per la giornata.

Si rifugia clandestinamente in bagno dove di nascosto fuma una sigaretta, giusto per evitare di dover pensare all’oggi, a ciò che deve fare.

Riecheggia nella sua testa lo spazio neutrale del silenzio, ma imperante il tempo svolge il proprio lavoro, e con metodo infallibile scocca il rituale del vestire il suo corpo infreddolito.

Riordina la borsa a tracolla, controlla più volte che ci sia tutto e finalmente è pronta.

Esce di casa sbattendo la porta, e quindi tutto abbia inizio!

 

di Claudia

Venezia che spera, di Andrea Appiani

Tutto é relativo!

“Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido.(A.Einstein)”
Era questa la frase sulla quale meditava Nicola, sorridendo ed esclamando ”Ne sono convinto anche io!”. Era talmente assorto nei suoi pensieri, che Nicola stava quasi dimenticando che avrebbe dovuto incontrare il suo nipotino Alberto: il suo prediletto, figlio di sua figlia.
Era la giornata perfetta, per andare a fare una bella passeggiata in spiaggia: un bel sole primaverile, accompagnato da un venticello che accarezzava la pelle.
Cosa era per Nicola la vita?
“Tutto è determinato… da forze sulle quali non abbiamo alcun controllo. Lo è per l’insetto come per le stelle. Esseri umani, vegetali, o polvere cosmica, tutti danziamo al ritmo di una musica misteriosa, suonata in lontananza da un pifferaio invisibile.” (A. Einstein), che ha diversi nomi, ma al quale, tutti o quasi, donano rispetto.
Che opinione aveva Nicola del mondo intero?
“Tutti sanno che una cosa è impossibile da realizzare, finché arriva uno sprovveduto che non lo sa e la inventa (A. Einstein).
Era stato proprio Nicola a decidere il nome del suo nipotino, battezzato Alberto, in onore del grande scienziato Albert Einstein, per il quale Nicola nutriva una sorta di rispetto reverenziale, perché molte delle cose dette da Einstein lo avevano aiutato a risollevarsi il morale, dopo la perdita della moglie per una malattia che a quel tempo Nicola non riusciva neppure a pronunciare : “metastasi ai polmoni”.
“Un giorno le macchine riusciranno a risolvere tutti i problemi, ma mai nessuna di esse potrà porne uno” (A. Einstein). La povera moglie era rimasta collegata ad una macchina per diverso tempo; le permetteva di vivere, ma la limitava molto in qualsiasi movimento.
Nicola continuava a volgere lo sguardo attorno a se, per riuscire a cogliere nello sguardo delle persone che incontrava un sorriso, uno sguardo amichevole o una parola di conforto, ma nulla.
Il nonno stava per avvicinarsi alla porta della casa del nipote per suonare, quando udì un rumore di piccoli passi che scendevano velocemente da delle scale e la porta si aprì prima di qualsiasi azione e finalmente un sorriso di gioia gli riempì il cuore: ” Nonno… nonno adorato …. ciao!”.
Il piccolo Alberto abbracciò le gambe del nonno e si strinse ad esse come per protezione.
“La vita non è degna di essere vissuta, se non è vissuta per qualcun altro” (A. Einstein). Gli occhi di Nicola si fecero lucidi e nel suo sguardo nacquero guizzi di gioia.
Dalla porta uscì anche la figlia, che con uno sguardo sereno, lo abbracciò dicendogli: ”Ciao papà, grazie per aver acconsentito di badare ad Alberto per un po’ di tempo. Io sono di fretta per un appuntamento ma saprò ricompensarti”.
“Per la mia dolcissima farfallina, questo ed altro. Sai bene che stravedo per Alberto ed é sempre un piacere stare in sua compagnia!”, rispose Nicola, sempre affascinato da sua figlia, nella quale vedeva il carattere della moglie. “ … sempre affascinante, carissima. Vai e conquista il mondo … ad Alberto ci penso io!”
“Colui che segue la folla non andrà mai più lontano della folla. Colui che va da solo più probabilmente si troverà in luoghi dove nessuno è mai arrivato” (A.Einstein).
La maggior parte della sua vita Nicola l’aveva trascorsa autonomamente, fino a quando aveva conosciuto sua moglie e insieme avevano imparato che c’é un tempo per ogni cosa. Tutta la gente del luogo, pensava che Nicola non avrebbe retto alla perdita della compagna, ma in cuor suo si era imposto che avrebbe cresciuto Alberto come aveva fatto per sua figlia e da quel bozzolo ne sarebbe venuto fuori un genio.
“Come si può mettere la Nona di Beethoven in un diagramma cartesiano? Ci sono delle realtà che non sono quantificabili. L’universo non è i miei numeri: è pervaso tutto dal mistero. Chi non ha il senso del mistero è un uomo mezzo morto” (A. Einstein)
Nicola avrebbe voluto conoscere il mistero della vita e dare gioia a tutto il mondo: in questo risiedeva la forza che lo faceva andare avanti, imperterrito e senza paura.
Affrontare la realtà a volte é doloroso e faticoso, ma Nicola aveva una marcia in più: aveva vissuto il dolore di chi amava e questo lo aveva reso forte e compassionevole al tempo stesso.
Con un saluto, accomiatò sua figlia e prese per mano Alberto per andare a fare una bella passeggiata sulla spiaggia a poca distanza da lì.
L’euforia del piccolo lo aveva energizzato e Nicola si sentiva in paradiso.
“Allora, Alberto, come va la scuola? E’ da diverso tempo che non mi parli più dei tuoi compagni”, chiese il nonno
“Tutto bene, nonno. Le maestre sono contente dei miei risultati, ma ci sono ancora materie che sono difficili per me”, rispose il piccolo.
“Caro Alberto, un grande scienziato diceva : ”C’è una forza motrice più forte del vapore, dell’elettricità e dell’energia atomica: la volontà”. Vedrai che con un po’ di impegno e se lo desideri anche con il mio aiuto, riuscirai a superare brillantemente ogni prova”.
“Sì nonno, ma ci sono ancora tante cose che non capisco e questo mi fa arrabbiare parecchio”.
Con un sorriso Nicola esclamò:-”Ogni minuto che passi arrabbiato perdi sessanta secondi di felicità” (A. Einstein). Cosa ti da piacere nell’andare a scuola?”.
“Imparare molte cose e incontrare le mie compagne e compagni di classe. La cosa che non mi piace sono tutti i compiti che ci danno da fare a casa”, rispose irritato Alberto.
“Chi non riesce più a provare stupore e meraviglia è già come morto e i suoi occhi sono incapaci di vedere” (A.Einstein). Se a te piace imparare e stupirti per quello che impari e riesci ad applicarlo anche a quello che fai ogni giorno, vorrai imparare a conoscere sempre di più. Ricorda sempre: non esistono grandi scoperte né reale progresso finché sulla terra esiste un bambino infelice”, rispose pacato e dolce nonno Nicola.
“Lo studio e, in generale, la ricerca della verità e della bellezza sono una sfera di attività nella quale ci è consentito di rimanere bambini per tutta la vita”(A.Einstein). Nicola avrebbe voluto gridarlo al mondo intero.
“Sai una cosa, caro Nicola?”, irruppe Alberto: ”Nikola Tesla era solito dire “La scienza non è nient’altro che una perversione se non ha come suo fine ultimo il miglioramento delle condizioni dell’umanità”, e questo era molto simile al pensiero di Einstein”.
Nicola rimase affascinato dalle parole di Alberto e gesticolando lo incitò a proseguire.
“In pratica, il pensiero di Tesla si riassume nelle sue parole, quando disse: ”Il denaro non ha tutto quel valore che gli uomini gli hanno attribuito. Tutto il mio denaro è stato investito in esperimenti, permettendomi di giungere a scoperte che hanno contribuito a migliorare la vita dell’uomo” (Nikola Tesla). Proprio per questo motivo, rimango sempre affascinato da tutto ciò che riguarda la scienza”, aggiunse Alberto con soddisfazione.
Il sorriso di Nicola, soddisfò Alberto che proseguì nel suo discorso: ”Tesla affermò: ”I nostri successi e i nostri fallimenti sono tra loro inscindibili, proprio come la materia e l’energia. Se vengono separati, l’uomo muore”. La cosa più importante, per ciò che riguarda la vita, sono i nostri fallimenti: se non riusciamo a capire e comprendere gli errori che facciamo, non riusciremo mai a trovare una soluzione per migliorarci. Non ti sembra Nicola?”
Nicola rimase estasiato e senza parole: solo con un cenno del capo e un sorriso annuì.
“Credo sempre che una delle citazioni che fanno comprendere il pensiero di Tesla sia: ”Le incomprensioni sono sempre causate dall’incapacità di comprendere il punto di vista altrui. Il miglior modo per combattere l’ignoranza è quello di diffondere la conoscenza in modo sistematico. Con questo obiettivo in mente è fondamentale favorire gli scambi di idee e le relazioni umane”. Sai quante guerre nascono per incomprensioni e lucro, caro Nicola?“.
“Tante!”, fu la risposta di Nicola, quasi confuso dalla tempesta di nozioni che gli venivano impartite.
“In uno dei suoi discorsi, Tesla disse: ”Quando parlai di guerra futura, intendevo dire che si potranno utilizzare onde elettriche dirette senza l’uso di aerei o gli altri attrezzi di distruzione. Questo vuol dire, come ho già puntualizzato, che sarebbe ideale non solo utilizzare energia nei conflitti senza alcun sforzo per la manutenzione della sua potenzialità, ma sarebbe fondamentale farlo in tempi di pace. Questo non è un sogno.” Questo , é quello che puoi notare anche ai giorni attuali, quando si parla di HAARP o altre invenzioni nate a scopo benefico , ma che vengono utilizzate per scopi poco meritevoli. Mi capisci Nicola? “ chiese Alberto, galvanizzato dall’argomento.
“Credo di sì, !” – rispose sommessamente Nicola.
“Il pensiero di Tesla si riassume in questo modo:-”Il progressivo sviluppo dell’uomo dipende dalle invenzioni. Esse sono il risultato più importante delle facoltà creative del cervello umano. Lo scopo ultimo di queste facoltà è il dominio completo della mente sul mondo materiale, il conseguimento della possibilità di incanalare le forze della natura così da soddisfare le esigenze umane.(N. Tesla)”. E’ stato grazie al tuo nome che mi sono interessato a questo scienziato che é stato considerato “pazzo” per i suoi principi, ma che hanno portato l’umanità a progredire e a fare scoperte che ci hanno dato enormi vantaggi..
Alberto, abbassò lo sguardo ed osservò Nicola: un bambino che lo osservava meravigliato, quasi fosse un Dio.
Alberto prese in braccio il piccolo Nicola, esclamando:-“Sarà ora di tornare a casa che la mamma altrimenti si preoccupa, ma ricordati bene che, per qualsiasi aiuto, ci sono anche io a tua disposizione”.
Come disse qualcuno: ”Tutto é relativo”, anche il tempo.
Alberto sorrise… Nicola ricambiò.

di Arnaldo

Hotel

Andrea aveva la testa che gli rimbombava.

Non si ricordava più come aveva fatto a trovarsi lì.

In quella stanza non era solo.

Sapeva che era uscito per festeggiare il suo compleanno.

Si ricordava del locale da ballo, del tragitto fatto per arrivarci, ma poi tutti i suoi ricordi erano svaniti.

Faceva fatica a concentrarsi e improvvisamente sentì una voce femminile che lo chiamava.

Lui non risponde, non riesce a capire.

E’ la voce di una ragazza che ha più o meno la sua età: alta, magra e con dei braccialetti al braccio destro, anche lei è nuda.

Sfoggia un tatuaggio sulla schiena che raffigura un serpente e una mela.

Lei fa qualche passo verso Andrea, nella stanza, e poi sviene cadendo a terra.

Lui si alza velocemente dal letto, è in preda al panico e inizia a scuoterla.

Dopo qualche minuto lei si riprende e scoppia a piangere.

Andrea le chiede il suo nome e lei dice con voce bassa di chiamarsi Alessandra.

Si sono conosciuti quella sera stessa in discoteca e Alessandra ha insistito molto per farsi accompagnare in quella stanza d’albergo.

Alessandra confessa ad Andrea di esserci andata pesante con lui, perché durante la serata gli ha somministrato il Milex, una forte droga importata da alcuni suoi amici dalla Thailandia.

Lui non sa bene come reagire e capisce la propria mancanza di ricordi, o perlopiù frammentari.

Andrea aveva sempre riufiutato qualsiasi implicazione con sostanze stupefacenti, era il classico bravo ragazzo, che prendeva bei voti all’università e si impegnava nel sociale.

Alessandra era tutto l’opposto.

Lei amava sperimentare nuovi viaggi psichedelici dati da varie sostanze e odiava tutto ciò che era conformismo.

Lei allora prende un foglio e una penna e incomincia a scrivere.

Poi lei si riveste di tutta fretta lancia ad Andrea il biglietto scritto poco prima ed esce da quella stanza d’albergo senza farci più ritorno.

Andrea senza dire una parola la lascia andare, incomincia a leggere il biglietto: ” Io ti ho fatto del male. Il male mio unico amico e consigliere. Un esempio cattivo, una cosa proibita che non è lecito mostrare. Mi diverte esibirmi e non ho mai paura di rischiare. Il prossimo diventa la mia preda giornaliera. Non voglio cambiare e per questo mi sento originale. Questa è la mia confessione per te che per questa notte hai avuto una parte di me. Ale.”

di Claudia

MITODESTINO

MITODESTINO

è quella forza che

apre il petto

svuota il ventre

alza le spalle

rende il passo fermo ma leggero

è la tempesta nel deserto

è il vento dell’incerto

è una carezza leggera

è la rinuncia alla rinuncia

Il Mito della Caverna da sempre mi accompagna; iniziò nei miei ricordi confusi ancor prima dei suoni, attutiti da un liquido scuro, vicino alle viscere di un animale chiamato donna, che mi costrinse ad un certo punto a chiamarla mamma. Purtroppo più le mie gambe si allungavano e più le costrizioni aumentavano.

Non ricordo bene quando fui costretta a respirare ma un giorno un padre, ed ancora non so se fu lui a partecipare a qualche azione che lo indusse a darmi il suo cognome, mi disse che solo i pesci possono l’ossigeno dall’acqua respirare. Capirete che pur non avendo branchie, ma venendo anche io da una società liquida, da quella confusione non riuscivo più a scappare. Crescere ad un certo punto diventò un dilemma perché una suora cercò di mettermi il suo stemma. Quest’ ultima era sposata con un uomo invisibile ma dal potere incommensurabile, che tutto poteva ma aveva creato il male. Un certo Dio se ben ricordo. Comprenderete la mia disillusione: anche perché sin dal primo giorno di scuola, dall’insegnamento di queste persone vestite di nero, non potevo fuggire; altrimenti sarei andata all’inferno. Allora feci la promessa a me stessa di essere la bambina, più buona del mondo. Mi diedero dei colori ed una matita ,ed essendo io oramai in odore di santità, iniziai a disegnare tanto cibo per tutti i bambini poveri dell’Africa.

Ah! Che bello! Avevo trovato il mio strumento. Il disegno mi permise di distrarli tutti quanti e di essere lasciata in pace, per ore ed ore, per anni ed anni: sino alla maturità. E studiai le opere oltre che le vite ed il pensiero degli artisti dal mercato più acclamati: perché se così non fosse stato non li avrei trovati sui libri ma sul della strada selciato. Gloriosi furono anche i giorni in cui studiando le scienze scoprii che i cani vedono in bianco e nero, le formiche moltiplicato e che i nostri elettroni sono quelli delle stelle: purtroppo con il peccato di Caino ed Abele, che in un detto popolare fa anche le frittelle. Capii subito che ogni cosa, animale , persona, viveva la sua sola realtà. Gran buffo affare diciamo. Anche perché la vera realtà quale era? Dato che io abitavo un corpo che ne limitava la sua conoscenza? Cercai di fare domande ma nessuno era in grado di rispondermi. Quindi gli scompensi cognitivi e intellettivi ereditati e non mi sembrano l’unico risultato possibile finale di tanto, senza cognizione di causa, della supposta realtà…. sparlare. Verso quello che gli altri mi dissero essere il mio ottavo anno iniziai a contare tutte le notti le stelle. Volevo sicuramente fuggire nel muto Universo da quel disastro di comunicazione e, della mia intelligenza primordiale, voluta mutilazione. La vita come ben si sa è fatta di continue scoperte ed intuizioni ed un bel giorno ebbi un altra illuminazione quasi allarmante; sia i bambini che gli adulti vivevano in un caos mentale quasi totale .

A questo punto quindi decisi infine di trovare un modo per fare quello che mi pareva e piaceva.

Con il tempo realizzai anche che era bello sorridere, correre, inventare, amare, usare il corpo e l’ immaginazione in tutto il suo potere di vita ed espressione. Non bastarono lo studio dell’astrologia e dei miti con uno psicologo yunghiano, non bastarono lo studio dello yoga ed essere quasi svenuta davanti ad un illuminato thailandese. Dalla mia grotta uscivo ed ancora esco solo per gioire della vita e sperimentare, collaborare cercando di non farmi sopraffare dall’altrui farneticare. Purtoppo il mito dei soldi non ha bene attecchito ma, se così fosse stato, in parte il mio enorme desiderio di libertà ne sarebbe stato premiato.

Degli uomini che ho amato non ne parlo per contegno, colpa dello spermatozoo che decise che fossi XX (femmina). Se fosse stato un XX evoluto avrebbe probabilmente deciso di cambiare sesso, visto che nel periodo storico in cui sono passata da essere un mammifero senza branchie ad un bipede con tacchi e boccoli il genere maschile era molto di moda: più potente di noi XX, ed in voga. Ma dato che la vita con me è stata generosa mi sono divertita ugualmente e nella grotta ho piantato fiori ed alberi, con il tempo ed i terremoti uno squarcio si è aperto ed ora vedo sia il sole che la luna; anche un rivolo d’acqua è arrivato ad allietare il mio MITODESTINO. Sì perché anche l’impersonificazione dei nostri miti è uno dei fattori che crea un destino. Cosa volete, ultimamente non rido a crepapelle ma nella vita a volte dipende anche da un altro mito in cui credevo: la fortuna. Da quello che avrete compreso di miti ed esempi nella mia vita pregressa e futura ne ho avuti e ne avrò a bizzeffe. Vivi, morti, famosi e non, vicini, lontani, senza casa, immaginari, dagli altri immaginati, dentro e fuori di me. Prima buoni poi cattivi, prima cattivi poi buoni. Miti religiosi, culturali, almeno quelli politici li ho lasciati ad altri. Oggidì quelli al mio interno li ho quasi tutti uccisi, tranne qualcuno nascosto dal quale mi voglio liberare ma di cui per pudore non vi posso qui parlare.

Ma ora concludo e vi dispenso dal seguirmi in questa farsa che non voglio qui con voi continuare. Ho sonno e con l’unico esempio rimastomi, me stessa, voglio andare a letto e fuori dalla caverna sognare:un principe azzurro che mi venga a salvare. Aggiungerei anche Merlino e La fata Morgana. Che aggiungano alla mia vita un finale tipo: “E vissero felici e contenti”. Vi auguro una Buonanotte Tranquilli, mi sto curando con erbe speciali. Arrivederci, tornerò presto, a disturbare tutti i vostri bei sogni. A raccogliere i cocci di tutti quegli esempi che per timore, desiderio di grandezza o amore avete voluto emulare. E solo allora, come per magia di un altro mito new age, di luce propria vi colmerete e senza farvi più domande il mito della serenità sino alla morte vi accompagnerà. Ed il mito della democrazia alla fine sul mondo regnerà insieme a quello della Libertà, Uguaglianza e Fraternità. Ah! Dimenticavo la Bontà, non vorrei che questo ultimo mito si offendesse. Perché quando i miti si vendicano sono ca**i amari per tutti, e iniziano lunghe, lunghe guerre. E che le guerre oggi sono più numerose è un altro mito da sfatare, serve solo a chi per sentirsi migliore ama sbandierare tutte le bandiere della rivolta.

L’ultimo mito di cui vi parlerò è quello della morte. Sinceramente in questo non ho esperienza ma alcuni religiosi mi hanno confidato, in segreto, che non esiste. Da defunti rischiamo che qualcosa di noi, credo le energie psichiche, rimangano in giro e si attacchino ovunque, quando il nostro corpo vivo non si incontrerà più in giro, non berrà più il caffè al bar, non andrà al cinema … Quindi state attenti! Il vostro MITODESTINO vi sta vivendo ed aspettando… anche dopo la morte, forse… Ho trascurato tanti altri miti con i quali sono cresciuta, quello del duro lavoro, dell’amore per tutta la vita ecc… Comunque mi raccomando, fate i bravi, divertitevi, fate in modo che il vostro MITODESTINO sia colmo di momenti intensi e felici.

Goodbye Guys, in bocca al lupo!

di Amneris

La tratta

Mi chiamo Anna, sono giovane e carina. Purtroppo, la mia famiglia è povera, come la maggior parte della gente che vive qui.
Il mio paese in Bulgaria non offre certo molti svaghi e il lavoro è sottopagato. Così, assieme alla mia amica Elda, quando ci fu proposto di venire in Italia a lavorare, sono scoppiata a piangere dalla gioia.
L’Italia per noi era come il paese dei balocchi per Pinocchio… Con le sue discoteche aperte sino al mattino e il mare con le spiagge riscaldate dal sole tutto l’anno.
Ci chiesero per il viaggio solo i documenti che sarebbero serviti per il lavoro già assegnatoci presso un ristorante. Ci passarono a prendere la sera stessa e, una volta salite in auto, i loro modi gentili cambiarono subito.
Uno di loro tirò fuori una pistola e ci costrinse a spogliarci. Poi iniziarono a insultarci e prima di ripartire ci violentarono.
Arrivammo nel posto concordato dove c’erano altre persone armate e altre ragazze. Alcune avevano il viso tumefatto e le mani legate.
Ci stiparono come sardine nel retro di un camion e così iniziò il lungo viaggio. Una donna ci spiegò il lavoro che dovevamo fare una volta arrivate a destinazione. A chi si rifiutava avrebbero ucciso i familiari.
Ora vivo in Italia e faccio la puttana. La mia amica Elda è morta durante il viaggio – e anche qualcosa dentro di me è morto con lei.

di Quadro

tratta

La statuina indiana

E per Bob, detto “Sting” per la somiglianza, per le origini inglesi e per il suo lavoro, fu un vero colpo al cuore vederla, mentre consegnava chitarre elettriche in un negozio del centro di Roma. I suoi ventotto anni gli fecero dimenticare ogni impegno, e il suo
pensiero, unico, divenne solo riuscire ad ottenere il suo numero telefonico.
Il numero telefonico di Tania, così si chiamava.
Ma Tania era l’unica amica della proprietaria del negozio, certa Anna. Gelosa di Tania, rabbiosa delle tante attenzioni che riceveva dagli uomini senza neppure far nulla per ricercarle, vide tutto e capì. E una rabbia furiosa la prese. Verso Bob, verso Tania.
Bob non perse tempo. La sera stessa riuscì ad avere un appuntamento con Tania. Andarono a cena in un posto tranquillo, poi a casa di Bob.
Passarono la notte insieme.
Al mattino Tania uscì senza farsi sentire; Bob si svegliò e si ritrovò solo, e per la prima volta sentì di essere innamorato.
Telefonò immediatamente a Tania, ma il telefono era spento; non perse tempo, decise di andarla a cercare al negozio di strumenti musicali.
Si lavò veloce il volto, si vestì e prese a domandarsi cosa avrebbe potuto portare in regalo a Tania. Aveva in casa una statuina, comprata qualche anno prima in India. Si trattava di una riproduzione in ceramica di due giovani impegnati in una posizione del
Kamasutra, una riproduzione molto particolareggiata.
Giunse al negozio, ma vi trovò solo Anna, Tania non c’era. Anna era molto nervosa, lo accolse in malo modo e lo cacciò fuori dalla porta con tono minaccioso. Bob rimase molto sorpreso, non si aspettava una accoglienza del genere. Uscì dimenticando la statuina nel negozio.
Trascorse tutto il giorno telefonando in ogni momento libero dal lavoro, ma il telefono di Tania era sempre spento. Verso sera, tornò al negozio di Anna. Davanti alla vetrina del negozio un gruppo di ragazzi rideva indicando qualcosa. Si avvicinò alla vetrina: era la sua statuina indiana.
Incurante delle minacce di Anna, Bob entrò deciso e si riprese la statuina dalla vetrina. Ma qualcosa non andava: il piedistallo della statuina era sporco, macchiato di rosso e sbeccato da un lato. Tutto intento ad osservare la statuina, fece appena in tempo a piegarsi e a scattare verso l’uscita, perchè Anna, furibonda, aveva impugnato una Gibson con tutte le intenzioni di colpirlo in testa.
Bob uscì di corsa, preso da un terribile sospetto. Si precipitò in strada impugnando il cellulare, intenzionato a chiamare la polizia. Ma non riuscì a comporre il numero: un’auto stava sopraggiungendo a forte velocità, troppa perchè Bob se ne accorgesse in tempo. Bob ne fu travolto, e morì sul colpo, in strada, con le dita che perdendo la vita lasciavano lentamente la presa dalla statuina indiana.
Il giorno dopo Bob, il ventottenne inglese da tanti anni a Roma, ebbe l’onore del titolo di grido su tutte le cicale di tutte le edicole.
Perchè dopo aver ucciso con una statuina indiana una donna, trovata nel bagno di un negozio di strumenti musicali, si era tolto la vita, gettandosi sotto un’auto.

di Quadro

statuinaindiana

La mala/bella vita. JACK E BARBIE

La mala/bella vita. JACK E BARBIE

di Claudia
Io sono della malavita e non amo il prossimo.
Sono pieno di armi e di donne al mio seguito, ma la mia preferita è Barbie.
Ho diversi posti: case e ville; io li chiamo: “i miei rifugi” oppure “i miei tesori”.
Quello che non capisco della gente comune è come non si goda mai la vita!
Vedo spesso gente stressata, incasinata, vigliacchi, insomma piccole pecore che riconoscono in me il leone.
Di loro me ne approfitto facendogli dei prestiti in denaro o risolvendo per loro piccole questioni sfoderando quando serve le armi, per incutere paure e per soffocare proteste.
Le donne sbavano per me: mi trovano irresistibile.
Mi sento come un vip e sono irraggiungibile per le persone che non hanno carattere.
In mezzo a tante beghe e a tanti casini ho una donna, la possiedo come lei possiede me.
Il suo nome è dolce come una caramella, si chiama Barbie.
L’ho portata via dalla strada, lei batteva e ho sistemato per le feste il suo “amico”.
E’ bellissima: bionda, alta e ha delle curve mozzafiato.
Non ce la faceva più, era rovinata.
Adesso si vede solo con me e io le ho messo al fianco due scagnozzi che la controllano; ma anche per dimostrarle che anche quando non ci sono, sono sempre al suo fianco.
La prima sera che mi ha detto ti amo è stato quando Barbie mi ha puntato un coltello addosso, sicura di un mio tradimento. Ma sono sicuro che voleva solo spaventarmi.
Io, all’inizio quasi divertito da questa sua provocazione le urlavo contro che lei è l’unica per me, ma lei non voleva saperne.
Nello sbarazzarmi del coltello mi sono ferito al braccio.
Cosa da poco, anche se c’era del sangue per terra.
Ma ho avuto paura, per la prima volta in vita mia.
Forse perchè come ha detto Maxence Van der Meersch, “Io, è da quando amo, che ho paura della morte”.

dis cla228

Punti di vista

“Sveglia! Sono le ore 7 e 0 minuti”: cosi’ gracchiava la sveglia , con la sua voce robotica, continua e martellante, finche’ non allungavi la mano e premevi quel tasto per spegnerla. Orlando si desto’ e fece quel movimento quotidiano per metterla a tacere. Come suo solito, indosso’ la vestaglia e si diresse sbadigliando in cucina per preparare la colazione.
Era una domenica mattina e si udivano le voci delle persone che passeggiavano per dirigersi in chiesa. La giornata calda e assolata seppure invernale, lo metteva di buon umore. Comincio’ con la dovuta calma a preparare una bella tazza di caffe’ e della crema pasticcera per riempire i croissant che aveva preparato la sera prima. Sapeva che a breve il campanello avrebbe suonato e si sarebbe presentata Sara, una ragazzina carina e gentile che lo andava a trovare ogni domenica e lui era sempre felice della visita. Poco dopo, il campanello suono’ come previsto e con un sorriso l’anziano apri’ la porta .
“ Ciao Orlando! Buongiorno! Come stai? Buona domenica!”
“Ciao Sara, buongiorno e buona domenica. A parte i miei soliti acciacchi, io sto bene e tu?”
“Anche io tutto bene grazie. Anche se… potrebbe andare meglio”.
“ Cosa intendi, cara Sara? Intanto sediamoci e facciamo colazione. Ho preparato tutto come al solito“.
“Sei sempre fantastico, caro Orlando! Fortuna che esisti, altrimenti non saprei come fare”.
Orlando, come al solito, fece accomodare Sara al tavolo che aveva preparato, e la servì come se fosse la sua principessa.
“Grazie carissimo… mi sento come una bambina in fasce vicino a te…mi sento a mio agio”, sospiro’ Sara.
“Adesso raccontami tutto! Come e’ andata ieri sera? “ chiese Orlando.
“Il mondo e’ cambiato e i ragazzi non capiscono niente. Hai presente quel ragazzo di cui ti ho parlato ?”.
“Sì”.
“Bene. Dopo che ho accettato di uscire con lui, mi ha portato al cinema e poi nient’altro! Un bacino quando mi ha riaccompagnato a casa. Voglio anche precisare che a casa mia non c’era nessuno, visto che i miei erano usciti insieme al mio fratellino e potevamo disporre di tutto lo spazio che volevamo… ma lui, niente! Mi aspettavo molto di piu’. Domani, cosa raccontero’ alle mie amiche? Che il ragazzo che pensavo che fosse e’ ancora un bambino che non capisce nulla di come va vissuta la vita?”. La voce di Sara era un pò irritante e Orlando voleva approfondire l’argomento, perche’ non riusciva a capire.
“Cosa intendi per – mi aspettavo altro-? ” chiese a bassa voce Orlando mentre sorseggiava il caffe’.
“Credevo che… mi portasse in discoteca, che ci saremmo fumati della roba e che avremmo fatto un pò di sesso nella sua macchina nuova“; sorridendo aggiunse: ”L’avremmo battezzata!”.
Orlando sorrise di ricambio.
“Ora… immaginiamo che avesse fatto come volevi tu: che aveste fumato droghe o lo aveste assunte, che vi foste ubriacati e che aveste fatto sesso… Come catalogheresti una serata simile? Devi anche ricordarti che l’ultima volta che hai fatto uso di quelle sostanze sei finita in ospedale e sei rimasta sotto controllo per una settimana. Senza calcolare che quando sei uscita, hai fatto una promessa ai tuoi”.
“Quelle sono state reazioni non calcolate. Adesso sono piu’ grande e so come gestirle. Sarebbe stato il massimo! “, aggiunse la piccola.
Orlando sapeva che ormai il mondo, come dice la canzone, andava avanti con “sesso, droga e rock and roll”, ma non lo accettava; non dopo aver assistito alla completa rimozione del brutto ricordo dalla testa di Sara, dai volti preoccupati dei suoi genitori, dal pianto straziante del fratellino, dalle accuse che aveva dovuto subire da parte dei genitori, per essere stato uno degli incitatori a far vivere a Sara la vita che voleva…
“Carissima Principessa”, comincio’ Orlando, “mi trovo in questo buco di appartamento, vivo quasi solitario: non ho grandi sogni, forse perche’ non riuscirei a realizzarli, eppure sono felice per come sono. Non ho potuto avere figli, perchè mia moglie era malata e ora spero vegli su di me, come io penso sempre a lei: di questo sono lieto. Ho poche cose di cui poter essere fiero, per un passato, fatto di errori che ho scontato e che cerco di evitare ad altri. Desidero vedere la felicita’ sul volto degli alltri, ma non una falsa felicita’, fatta di droghe o alcool che ti sconquassano, ma di cose semplici come una passeggiata in mezzo alla natura e poter vedere ancora, sul volto di chi amo, quel sorriso che mi ha accompagnato per anni, grazie a mia moglie. Credi sia possibile?”.
Sara era rimasta senza parole: si era alzata dalla sedia per abbracciare Orlando, quasi singhiozzando.
“Mia dolce principessa ”, continuo’ Orlando, “non credere sempre ai miraggi, alla famiglia felice del Mulino Bianco; credi in te stessa e nel tesoro di cuore che hai: ti accompagnerà sempre e darà ritmo alla tua vita. Dimenticavo… Grazie di essere qui, dolce Sara”.
“Mi sento tremendamente in colpa. Forse perchè non sono come gli altri che stanno diventando menefreghisti e che si illudono di trovare la felicità nella sofferenza degli altri. Ho sbagliato… scusami: mi sono lasciata traviare dal pensiero di quello che avrei raccontato alle amiche. In fondo a loro non interesssa quello che penso veramente, ma solo deridere gli altri, classificarli in persone “giuste” o come emargnati. Io, non voglio essere come loro e scopro sempre qualcosa di nuovo, su me stessa, quando vengo da te“.
“Piccola mia, viviamo in un mondo dove tutti parlano e sparlano, ma pochi hanno veramente intenzione di ascoltare o ascoltarsi. Sono io che ti ringrazio. E ricorda: c’è sempre posto per te nel mio cuore! La vera ricchezza sta nascosta lì dentro”.

Arnaldo

vecchio

IL TERMOMETRO SEGNA OLTRE 30 GRADI

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Lungo la strada passano le moldave/ucraine. Sinceramente non ne conosco nemmeno la differenza, tra le une o le altre, resto immobile a guardarle. Nel frattempo sto ascoltando della musica italiana alla radio. Sono sul mio posto di lavoro e poi mi fisso e guardo oltre la rete del recinto del cancello, oltre la strada un cartellone che ha come foto un uomo che ha delle braccia che sembra vengano fuori dal cartellone stesso! Sembra che l’uomo ritratto, fotografato e affisso laggiù voglia scappare da quel posto. Forse sarà il sole che batte e che riscalda l’aria, oppure lo smog lasciato dalle macchine che corrono sull’asfalto veloci e terribilmente impazienti, tutte cause dalle quali lui vuole evadere.
E’ domenica mattina e il mio lavoro prevede il solito tran-tran di cose da fare. Vorrei scrivere tanto questa mattina, all’infinito, perchè mi piace e ne sento il bisogno. Il tipo con il cane si è già visto questa mattina. Il cane è un lupo (patore tedesco), si chiama Rex e l’anno scorso voleva farmi la “festa”! Vorrei andarmene in giro per l’Europa insieme al mio block notes a quadretti e le mie penne per descrivere e notare cose, in giro. Ho bisogno di un’applicazione culturale, non intendo di quelle da destinare al cellulare, ma da portare in alto fino al mio cervello.
Ultimamente faccio sempre le solite cose, ho una routine molto noiosa che comporta un impigrirmi che sfocia in riposo, ma che non arrichisce le mie lunghe giornate. Alzo la testa dal foglio e, questa volta, vedo camminare con fare sportivo una ragazza e penso che vorrei essere al suo posto. Invece me ne sto qua seduta a fumare, a sognare un bel letto pulito e grande da guastare, a rimuginare. Non dovrei abbandonarmi alla noia che ti porta inevitabilmente a pensare. Pensare ti spinge a fare un bilancio. Il bilancio ti costringe a mettere in elenco tutte le varie voci, positive e negative, che compongono la tua vita. E poi fare un elenco non è per niente facile. Ti ritrovi a guardarti in giro e tutto ciò che vedi è te stessa carica di punti interrogativi a volte inesauribili.

di Claudia